venerdì 18 maggio 2007

tErRa BaTtUtA


E’ solo una mattina di fine ottobre: tipica e calda.
“Come si può, madre di Dio?” Tota parla alla sorella, Jessica, senza neanche guardarla, “Come si può, Santo Iddio: manca il cibo…” e intanto sminuzza , adoperando un grosso coltello da cucina, piccoli tocchi di cipolla in pezzetti ancora più microscopici, “…manca l’acqua. Manca il respiro: persino il respiro, Santa Immacolata Maria!” e il tagliere attutisce in un tonfo sordo il colpo veloce e preciso.

Il suo urlo attraversa la stanza e sbatte contro la porta semichiusa in legno, gonfia le stoffe dei tendoni a fiori, rimbalza nelle orecchie dei bambini e dei ragazzi, inseguendo il loro gioco d’aia: nello spiazzo polveroso, alzando gambe troppo secche e nuvole rosse, calciate da piedi scalzi e lerci.
“Jessica: è il momento, Santo Iddio!”
“Chitoo!” gonfiando le vene del collo, “sta per partorire: per la Madonna!” grida, emulando.
Vestito di tessuti stropicciati dal sonno e seguito da quel gruppo fanciullo, alito infantile intorno ad un’unica palla, Chito arriva di corsa.
Tota, piegata dai colpi nel ventre, cade inginocchiata. Nel suo campo visivo rimane il piccolo Rodrigo che, con metodo, continua a schivare gambe di sedie e tavolo.
La donna l’osserva mentre simula un cross: quando gli appare, come una visione ultraterrena, mentre alza le braccia al cielo, nell’esultanza di un fantomatico quanto immaginario goal, stringe gli occhi forti perché una contrazione, lunga e dolorosa, l’avvisa che sta per partorire.
Il bambino nascerà, invece, dodici ore più tardi: “Tu mi farai dannare!” la prima frase che la madre gli regalerà, baciandolo sulle labbra.
“Tu mi farai dannare!” gli ripete ancora, urlandoglielo dalla finestra dello stesso cucinotto umido e odoroso.
Ma il bimbo non l’ascolta: scivola sul selciato grezzo e gretto e sporco, con quella sfera che pare attaccata ai piedi.
Schiva Pedro che, combattendo le ossa vecchie, spinge la bicicletta, trainando un carretto carico di stoffe e cartoni.
Rimbalza contro Veronica che, magra e con le ossa sporgenti, stringe il sacchetto della spesa, riempito solo di patate.
Subito riprende a correre, muovendo il volto sotto quei riccioli, tutti annodati come i vagabondi, e alzando le mani, in segno di arresa: non volevo, starò più attento.
E Veronica scuote la testa: “Povera donna: la farà dannare!”
Allora giù per lo stradone, fino alla linea del treno: con quel rumore di rimbalzo ad annunciarlo.
E Hugo e Paolo a sbraitare -passa, passa, passa- ma quel pallone precede solo lui e lui soltanto.

Il camioncino di latta arrugginita arriva al passo sostenuto permesso dalla discesa, proprio mentre il dribblaggio lo estranea dal mondo: gli piomba sul fianco, facendolo sussultare come un fantoccio, sbattendolo due volte. Prima a terra e poi in aria.
“Tota!” stridono le imposte, “Tuo figlio: alle rotaie!”
E Tota corre e s’inciampa e corre ancora.
Quando lo raggiunge è un bambino più piccolo dei suoi sette anni, con un vistoso taglio sul ginocchio destro. Moccio, lacrime, terra e sangue a sporcargli la bocca e il mento.
Due occhi che chiedono di non esser sgridato per l’imprudenza.
“Tu mi farai dannare!”sorride chiudendoselo tra le braccia: lui e il gioco che tiene stretto.
Nel sole che sta tramontando il bambino chiede alla madre un bacio, promettendo di diventare un grande calciatore. Di diventare qualcuno.
“Tu sei già il mio ragazzo: il mio ragazzo d’oro!” è la frase che lo accarezza.
Il pallone ancora imprigionato: le gambe penzoloni, verso casa, con la ferita sul ginocchio pulsante e calda sotto un raggio tiepido di luce argentina.

Era il 1967: Diego Armando Maratona, con il volto abbandonato sulla spalla della madre, si addormentava sognando.

domenica 22 aprile 2007

fino a farti sparire

la fotografia è gentilmente concessa da http://digilander.libero.it/francescocoluccio/index.htm
un sito che vi invito con il cuore a visitare.

Torino è così, nel marzo di quest’anno scarno di sentimenti: umida e opaca.
Il cielo sembra trattenere uno starnuto, mentre il grigio colora anche i passi lenti e cadenzati.
Il viale alberato, dinanzi al liceo Massimo D’Azeglio, è una via solcata dalle formiche: gli studenti, che vi si muovono, piccoli insetti indolenziti dalla notte appena conclusa e dal freddo che filtra strafottente, anche attraverso le stoffe più spesse.
La quintaE si raduna in quattro o cinque gruppetti, al principio della complice scalinata in pietra: al suono della campanella è la prima a ricomporsi per riempire l’aula.
Benatti, detto Il Massimo, si ferma davanti alla cattedra, le braccia a mo’ di brocca, sui fianchi.
I ragazzi sono artificiosamente silenziosi.
Lui ha nella mano sinistra un barattolo di vernice, in quell’altra un pennello di setole spesse, lungo e consumato nell’impugnatura: “Siete pronti?”, un brusio d’assenso lo raggiunge, più veloce dell’immediato, “Peruzzo e Mancini: alla porta come pali!”
I due scattano: uno basso e grosso, l’altro alto e ancora più dinoccolato, nel suo completo di fustagno.
“Sono pronto anche io, ora!”, sorride dietro i denti, il bestione, dividendo a falcate il corridoio centrale, lasciato dalla distanza dei piani di lavoro.
“La sciatemi lavorare!”, aggiunge con fare altezzoso.
Disegna, l’artista, sul muro, al fondo della stanza: tra bisbigli d’approvazione e qualche risata sommessa, trattenuta per abitudine.
Le due vedette alla porta smettono improvvisamente di divertirsi per portare goffamente le mani ai lati della bocca, con l’intento d’amplificare l’avviso: “Ai posti! Sta arrivando!!”
Un rumoroso sbattere di sedie e gambe, un fruscio di stoffe che sfregano veloci, nella veemenza dell’azione.
Il pittore ha finito: sta solo rimirando il risultato finale, passeggiando lentamente all’indietro e mordicchiando il legno del pennello, con posa impegnata.
Il ragazzo entra: ha un ciuffo scomposto sulla fronte, tra i vetri di un paio d’occhiali a lente tonda che si assesta, prima di osservare con attenzione la scena.
Tutti compunti, ai loro posti.
Allora avanza tra i banchi, con le mani in tasca, fischiettando un motivo klezmer(*).
Passando al fianco di Benatti si ferma e nota il pennello che trattiene nel pugno, seminascosto dalle ginocchia.
Allora: alza lo sguardo, dritto-dritto, fino alla parete in fondo: c’è disegnato un cane che sta defecando.
Sotto, vergata in rosso, una frase da leggere svelta: EBREI, SIETE MERDE DI ANIMALI!
Riposiziona gli occhi sugli occhi di Benatti e, avvicinandolo, gli sfila con un colpo deciso la sciarpa in lana pettinata, via dal collo.
Quando un boato generale s’alza verso il soffitto il professore li sorprende: con quattro passi decisi si posiziona davanti alla lavagna, all’esatto opposto del muro imbrattato: “Levi! Si può di grazia sapere che cosa fa lì, in piedi, dandomi per giunta la schiena?”

Poi. Poi s’accorge della scritta: “Pensa di poter giustificare un comportamento come il suo, solo di conseguenza ad uno slogan che, peccando unicamente d’essere scritto in maniera ingenua, esprime in fondo l’opinione di tutti?”
Nel silenzio lasciato dalle parole il giovane, avvicinatosi nuovamente al muro, comincia ad appallottolare l’indumento di Benatti.
“E questo, questo!, secondo lei, sarebbe l’atteggiamento di un uomo?”
Gira il volto, Levi, ad osservare la domanda dell’insegnante, da sopra la spalla dedicandogli un piccolo, consapevole, amaro sorriso.

Poi. Poi si scuote come ridestato da pensieri lontani che lontano stavano trascinandosi e sputa sul drappo che stringe tra le mani.
Non ascolta la disapprovazione di tutti e continua a farlo, con vigore: “Sì, professore” sospira stanco Primo, “credo che questo sia l’atteggiamento: l’atteggiamento di un uomo!”
E con la stoffa, ora umida, cancella ogni traccia di colore. Fino a farlo sparire.

*musica ebraica, in particolare quella legata alla cultura aschenazita dell'Europa centrale e dell'est

venerdì 13 aprile 2007

bArAtToLi VuOtI



- Un wurstel grande, mezzo barattolo di paté di olive (sbattuto velocemente su di una fetta di pane nero tostato), un altro mezzo barattolo (questa volta di marmellata ai lamponi), un altro mezzo barattolo (questa volta di nutella fatta in casa), una spanna per una spanna di colomba farcita alla crema pasticcera, pezzi di cioccolato avanzati dalle uova di Pasqua, cinque fette di prosciutto cotto cariche di burro, due fiesta, due danito alla fragola/banana, quattro fette di salame felino, cucchiaiate di gelato non contate, tre bastoncini di quel cretino del capitano che stavano in frigo da ieri, già cotti. Sopra tutto: un litro ghiacciato di latte intero.

Ciao, Water!
Amico mio!
Come cazzo ti butta?
Sempre lì, in fondo alla stanza. Nel tuo cesso di stanza.
Aspetta, aspetta: mi allargo lo stomaco con sei o sette bicchieri d’acqua e sono da te!
Glu, glu, glu.
E non penso, mentre il cloro scende, dilatando i linfonodi del collo.
Premo solamente il pugno contro la bocca dello stomaco: devo trattenere tutto, liquidi e solidi. Per almeno dieci minuti. Prima di.
E’ un rito, sono le regole. Le istruzioni.
Seguendole ho la garanzia che tutto funzionerà come deve.
Eccomi, amico Water!
Faccia da culo che non sei altro!
La luce è fortissima: con la mano sinistra tiro indietro i capelli.
La destra incastrata in fondo alla gola: due dita a simulare una rivoltella. Come un gioco bambino.
Sposto il tappetino con il piede perché il ritorno di cibo non lo raggiunga.
Sorrido al primo conato timido a cui ne segue un altro: più spavaldo.
Il getto arriva come disegnato: una cascata omogenea, violacea e salda colonna. Dalla mia bocca al foro. Qualche minima pausa, impercettibile: la slavina procede sicura fino alle ultime gocce.
E mi lascia a tenermi stretta, ai bordi di ceramica: ora con tutte e due le mani.
Il volto ancora proteso nel cerchio d’acqua.
C’è qualcuno?
In fondo al pozzo, c’è qualcuno?
Sì: ci sono io.
I miei quindici anni.
Le mie anche sporgenti.
Gli zigomi strafottenti.
Le ginocchia appuntite.
Occhi abbandonati in orbite scavate. Soli.
Ci sono io. E mi lascio lì, spostandomi verso la bilancia e togliendomi gli abiti.
Un chilo e novecentocinquanta grammi buttati là in fondo.
“Meno due!” urlo.
E nessuno risponde: i miei genitori navigano tra isole calde, cullati dai responsabili della Costa crociere.
Allora nuoto anche io, tra le stanze, ancora nuda.
Sola.
E leggerissima.

Morirò all’età di trentadue anni: lo stesso numero di chili addosso.
Fino ad allora urlerò i risultati dal bagno.


giovedì 12 aprile 2007

mAlE dI mIeLe


...la sicurezza ha un ventre tenero ma è un demonio steso fra di noi ti manca e quindi puoi non crederlo ma io non mi sentivo libero e non è dolce essere unici ma se hai un proiettile ti libero gli errori veri son più forti poi quando fan finta di esser morti lo sai copriti bene se ti senti fredda hai la pressione bassa nell'anima com'è strano il saporeche riesco a sentire male di miele male di miele male di miele male di miele e la grandezza della mia morale è proporzionale al mio successo così ho rifatto il letto al meglio sai che sembra non ci abbiam dormito mai copriti bene se ti senti fredda hai la pressione bassa nell'anima com'è strano il sapore che riesco a sentire male di miele male di miele male di miele male di miele ti do le stesse possibilità di neve al centro dell'inferno, ti va?male di miele male di miele male di miele male di miele...

sabato 24 marzo 2007

sWeEt DrEaMs

"Come quelli che si mettono in viaggio per vedere con i loro occhi una città desiderata e immaginano si possa godere, in una realtà, le delizie della fantasia" (M.Proust)

perchè hai voluto uccidere i suoi sogni? dormiva. e l'hai svegliata.un coltello così lungo: l'impugnatura l'isola, la punta della lama il centro dell'oceano.

venerdì 16 marzo 2007

It's Only Rock'n'roll (But I like it) -seconda parte di due-


“Lo sai, Tina…torneranno in Italia!”, la voce mi trafora il timpano, urlata fuori dalla cornetta,
“Chi…?”, chiedo ingenua,
“Come chi!?”, rispondi scocciatissima,
“…ma tu…tu hai deciso cosa fare?”, azzardo,
“ Riguardo il concerto?”.
Interrompo la comunicazione.
Dopo pochi istanti il telefono squilla nuovamente:
“Scusa, Tina…cercavo di sorridere!”,
“Ti scuso, Valeria, ti scuso!”


Scatto. State fermi. Sorridete. Sorridete, se potete.

Interno casa. Soggiorno. Qualche gioco sparpagliato ai piedi di tutti. L’amica di sempre che prende la mira, la vostra famiglia marito/moglie/quattrofigli che si stringe nel formato 10-15.
Valeria sorregge il mento di Beatrice con una mano, con l’altra le strofina via una macchia di cioccolato. Silvia abbraccia una gamba del padre e, nel farlo, sposta a calci Giulio che vuole baciarla. Matteo, il più piccolo, osserva un punto lontano, oltre l’obiettivo: lo guarda e sorride.


Hai una borsa grigia dentro alla quale hai buttato due cose.
La camicia da notte te l’ho prestata io: sul davanti ha ricamato un coniglio che lascia delle lunghe tracce azzurre, segni degli sci che porta ai piedi. Era l’unica che potesse andare bene in questa stagione: l’hai guardata storcendo il naso poi l’hai appallottolata dentro il borsone, come fosse da buttare.
Sto dritta e ferma, sul tuo tappetino blu del bagno: ti guardo mentre, contro la luce del mattino, la spazzola scende a colpi decisi, tirando e liberando ricci vaporosi e ballerini.
Ti guardo in questo silenzio assurdo che, a casa tua, è difficile ricordare d’avere mai ascoltato.
I due bambini più grandi a scuola, i due più piccoli a dormire dai nonni.
Ti guardo ed ingoio un profumo forte, misto di borotalco e conegrina. Allora tossisco e il rumore è così improvviso che giri la testa di scatto e m’immagino di vederti gli occhi pieni di pianto. Invece no: li abbassi asciutti e mi passi vicina, spingendomi per un braccio: “Andiamo, è tardi”.

Io non lo so come starei se stessi andando ad abortire.
Tu stai così: zitta.
Donato è uscito di casa con una piccola valigia, venti giorni fa.
Beatrice si è chiusa in stanza e ha pianto con la testa inchiodata nel cuscino, per quaranta minuti.
Ha smesso quando Laura le ha telefonato per raccontarle che, una loro amica, anche lei tredicenne, si era fidanzata con il figlio della panettiera.
Silvia ha sputato tutta la minestrina che le faceva da cena nel piatto del fratellino ed è rimasta a guardarlo mentre lui urlava “Buon lavoro, papà”, dietro la porta.
Matteo ha battuto le mani al suo superman che è volato giù dal seggiolone.
Hai lasciato che tua madre lavasse i piatti e risistemasse la stanza e ti aiutasse a far addormentare tutti e ti dicesse “se hai bisogno chiama!”, perché abita nell’appartamento a fianco. Hai lasciato che ti sorridesse benevola. Hai lasciato che uscisse. Poi hai preso l’album delle fotografie del vostro matrimonio e hai iniziato a sfogliarlo, zitta. Come ora.
Io non lo so come starei se stessi entrando nell’ospedale.
Se stessi dettando il mio nome all’impiegata.
Se stessi chiedendo quando potrò uscire.
Se stessi ringraziando la mia amica perché, quando uscirò, tra circa tre ore, lei sarà qui ad aspettarmi.
Io non lo so come starei.
E non lo sai neanche tu.

La caposala ti ha vista entrare nel reparto e ti ha indicato la stanza: 372.
Guarda, Valeria, la combinazione: Beatrice è nata il 3 luglio, Silvia il 7. Giulio il 2.
Ma non ti è bastato: ti sei spogliata e hai indossato il camice azzurrino per prepararti all’intervento.
Coricata sulla barella: “Posso camminare!”, hai detto all’infermiera, “E’ la prassi, stia giù!”, ti ha zittita lei.
Nella sala dalle luci tonde, sul lettino, hai fissato la bocca dell’anestesista mentre pronunciava il tuo cognome e poi giù, sul collo, un ciondolo d’argento con il numero uno. Hai aperto le gambe e chiuso stretti gli occhi.
Matteo era nato diciotto mesi prima: quindici minuti di dolore.
Una stretta lancinante al fondo dell’addome che ha fatto rimbalzare il tuo grido sulle pareti del corridoio del reparto maternità.
Donato ti stringeva la mano e tu ripetevi che, quella volta, non ce l’avresti fatta.
Donato ti stringeva la mano e tu ripetevi che, quella volta, era più forte delle altre.
Invece: quindici minuti lancinanti e già piangeva sul tuo seno.
Era il primo gennaio.
Hai riaperto gli occhi e chiuso strette le gambe: “Non lo faccio più. Lo tengo.”
Mi sei venuta incontro e sembravi una bambina.
Ti ho dato un bacio sulla fronte, poi ti ho abbracciata stretta.


Il tour dei Rolling Stones è stato sospeso: Keith Richard, dopo essersi arrampicato su d’un banano, è scivolato schiantandosi a terra e rompendosi qualche costola.
Michele. Michele è nato l’altro ieri.