Rimparo a vivere stando attento al battito del cuore: quando accelera faccio in modo di ripetergli che va tutto bene e che nulla mi deve preoccupare.
Conto qualche decina di numeri, per lasciarmi il tempo di trovare quiete.
Oggi non ci riesco.
Voglio darmi un tono ma, i pantaloni, veterani, con l’orlo ricucito stamane, corrono via come a uno che si sia pisciato addosso e il piscio fosse diventato sciolina, sulla sedia dal design innovativo: fucsia a cerchi rossi.
Cerchiati di rosso porto gli occhi: ho pianto come un bambino. No: ho pianto come un cretino.
Ho pianto sotto la doccia, questa mattina, mentre mia madre preparava caffè e sorrisi e io stramaledivo il
cuore, quello a cui parlo.
Il mio cuore sordo.
“Allora?”
Mi arriva diretto: un calcio sui denti.
“Allora!”
Questa volta afferma ma sempre nulla contiene e spiega.
Il giovane seduto al di là della scrivania ha poco più di vent’anni, la giacca grigia antracite aperta lascia intravedere una sofisticata camicia a piccole righe granata, su fondo beige.
Oggi non ci riesco.
Allarga le braccia alla ragazza che sta in piedi lì accanto, stendendole la scorsa
per tutta la lunghezza del corpo. Sorriso porco che si smorza non appena torna a me.
Ora gli racconto.
Ho 55 anni e sono disperato. Sono un coglione che soffre d’ansia e di merdosissimi attacchi di panico. Quando mi capitano arrivano e devastano l’interno: lo stomaco, il fegato, il pancreas, la milza, l’appendice e
tutto, tutto quanto. Hai mai provato a morire tu con la tua camicia lavata col Marsiglia?
Ora gli racconto.
Ho 55 anni e sono disperato: un coglione che soffre.
Quando mi capitano arrivano e devastano. L’interno.
“Bene, bene, bene!” e stappa il cellulare e controlla che non ci siano chiamate, o messaggi, o chissà cosa
cazzo d’altro. E poi mi fissa.
“Ho cinquantacinque… ”
Interrompe, con quella faccia da culo posata sulle mani giunte: “Dovrei avere la sua cartella… Marina?
Dammi il dossier del signore…”e si addossa allo schienale della poltroncina girevole. E infatti gira e di
nuovo imparo a vivere ascoltando il battito del cuore: quando accelera.
Oggi non ci riesco.
“Ecco…”: ora gli racconto.
Invece racconta lui, con voce piana e professionale e, tra una riga e l’altra, manda uno sguardo a Marina
ché già se la sarà scopata o forse no. Ma la storia promette.
“Ecco!” ripete.
Marco, Luigi, Giovanni o…figliolo, sì potresti essere mio figlio.
Ho lavorato in fonderia un’intera vita. Poi è arrivato il male, la pazzia. Ascolta, ascolta: il panico, il terrore, la depressione. Quando mia moglie se n’è andata io non avevo già più niente.
“Lei potrebbe essere assegnato al quartiere est…o almeno provarci. Anche se, onestamente, non credo sia il tipo adatto. Ma qualche giorno di prova non lo neghiamo a nessuno…logicamente non retribuito!”
Logicamente, Marco, Luigi, Massimo o…figliolo.
E logicamente mi sto alzando, sai?
Ti regalo le spalle e me ne vado.
Ma non perché il lavoro mi faccia schifo.
Non perché pensi che qualche giorno di retribuzione non pagato mi spaventi.
Non perché non mi hai inteso e nemmeno m’hai fatto parlare.
No.
Solo perché avrei voluto riprovare ad essere considerato uomo senza il male, la pazzia, il panico, la depressione. Invece: erano giorni che non mettevo il naso fuori casa e, mentre mi giro, quella macchia che vedi dietro ai pantaloni, bè, figliolo: è proprio piscio.
E intanto che ti lascio ad osservare la dignità che mi macchia il culo, esco a respirare ossigeno: perché alla mia paura non debba mai mancare il fiato.
"Canto la vita che, quando è il suo tempo, sa morire e muore...l'amore non lo canto, è un canto di per sè, più lo si invoca meno ce n'è."
giovedì 27 marzo 2008
E non averlo fatto è stato proprio come averlo fatto
martedì 25 marzo 2008
E non averlo fatto è stato proprio come averlo fatto
Come non averlo fatto.
E' più su: con il sostegno di parole e musica.
lunedì 24 marzo 2008
iL rImPiAnTo
mercoledì 12 marzo 2008
Tricarico alla Finale di Sanremo 2008 - Completo
...ho sempre pensato, troverò lei e sarò rinato, lei ho trovato, qualcosa è cambiato, qualcosa, tutto, l'ultima illusione non è svanita, io, libero per sempre, aaah...
martedì 4 marzo 2008
sabato 15 dicembre 2007
lE lUcI bIaNcHe DeLlA nOtTe
E’ una canzone.
Così come quel nome se collegato a quel viso, esprime sensazioni.
Ma poi.
Poi ritorna ad essere un nome soltanto, un suono senza fisionomia.
Il niente è niente.
Fino a che ti riempie.
E il tutto diventa niente.
E il niente diventa tutto.
“Sai cosa vuol dire il tempo che passa, Erika?”
Tu non capisci mai il cazzo! Cristallizzata nei tuoi pochi anni che compi uguali da tutta una vita.
Non vuole dire niente.
E’ una canzone.
Così come quel nome se collegato a quel viso, esprime sensazioni.
Ma poi.
Poi ritorna ad essere un nome soltanto, un suono senza fisionomia.
Il niente è niente.
Fino a che ti riempie.
E il tutto diventa niente.
E il niente diventa tutto.
venerdì 12 ottobre 2007
NoI pUfFi SiAm CoSì
C’è un grande armadio, chiuso.
Stammi ad ascoltare, Gesù Benedetto Santo e Buono.
C’è un grande armadio, chiuso.
Porca di una troia e puttana lurida e bagascia.
Queste parole mi colano fuori dai pensieri: marcate, a fuoco, dentro alle orecchie.
Ho due occhi grandi da cane.
Due occhi enormi con le ciglia lunghe.
Stammi ad ascoltare, Gesù Benedetto Santo e Buono.
Perdonali per ciò che dicono e pensano e dico e penso: porca di una troia e puttana lurida e bagascia.
Sull’anta di quel mobile serrato ci sta appiccicato uno specchio con dentro il mondo: il muro foderato spesso di carta a fiori viola e rossi, la Madonna col Bambino che tiene le braccia a conca cariche di riccioli d’oro, il comodino con l’abat-jour-finta-candela, la testata del letto matrimoniale in ferro battuto.
Seguo con gli occhi proprio il metallo a cui sono appoggiati i cuscini, fodere rosa spiegazzate e stanche di pensieri: foglie rigide e finte, a disegnare ombre sul copriletto raggrumato al centro.
Su quel grumo: io.
Dentro a me stesso un sapore forte di cuore che batte forte.
Lo sento sul palato: è gusto di paura.
Puttana di una troia.
Mi esplode il petto.
Puttana lurida.
Sento che arriva.
Bagascia.
Saliva calda che si apposta sulla lingua, sangue che pulsa contro alle tempie, polsi doloranti che scricchiolano da dentro.
Gattono fino al fondo del materasso e sto a fissarmi, dentro alla lastra che mi riflette: ho sette anni e devo star tranquillo, Gesù Benedetto Santo e Buono.
Ho sette anni e mi fisso mentre mi fisso, con quei due occhi grandi da cane.
Vorrei chiamare ma, dall’altra stanza, arrivano parole che conosco bene.
Allora mi sorrido e mi guardo rispondere al sorriso.
Poi casco ad arti all’aria, come uno scarafaggio sulla corazza: porca di una troia e puttana lurida e bagascia.
La schiuma ai lati delle labbra è spessa ed insapore.
Prima di voltare gli occhi all’indietro prego Gesù, ancora, Benedetto Santo e Buono.
Winnie the Pooh appare saltellando fin sulla mia pancia: boing-boing.
Rimbalzo di riflesso anch’ io, con una risata a scatti: finalmente da bambino.
“Cheffai?” mi chiede l’orso, con una zampa sulla maglietta rossa e l’altra a sfregazzare il mento, l’espressione stupita.
“Niente!” rispondo, “La solita crisi!”
Dragon Ball mi spunta, in modo brusco e statuario, sopra la testa.
Le braccia tese a scaldarmi di onde energetiche, le gambe larghe per cercare di non perdere equilibrio e reputazione: “Fatti coraggio!” mi urla quasi, “Fatti coraggio!” ripete abbassando testa e sguardo sul mio corpo che freme delle convulsioni rapide come scariche continue.
“Non credi di dover chiamare la tua mamma?” e la voce arriva da verso il lampadario.
E’ un pesce pagliaccio che nuota nell’aria.
“Lasciamo perdere. Adesso sta discutendo con papà. Pensi le piacerebbe essere disturbata per venir qui a guardarmi mentre mi piscio addosso?”
E poi?
E poi mia nonna.
Mia nonna compare sulla soglia: grassa e bassa, con il vestito a piccoli fiori azzurri di sempre, il grembiale a scacchi marroni legato molle alla vita.
“Matteo, Matteo! Sempre a farmi preoccupare!”
E mi rassereno, mi rassereno un casino.
Mi rassereno mentre la guardo e ne sento il profumo di colonia antica.
Mi rassereno e aspetto che si avvicini: cammina quasi volando, a dieci centimetri da terra, mentre il pavimento è carico di puffi festanti che emettono strani versi.
Vedo ognuno sforzando il collo verso il basso e rialzandolo per dire a quell’aroma di persona che mi ama che è contraccambiata.
Ma le figure di tutti sfocano e lasciano soltanto suoni e rumori, borbottii e cantilene.
Piccole canzoncine da bambini. Trullallà-trullallà.
E tac: la luce, quella grande, si accende.
Via tutto: Winnie, Dragon, Nemo, nonna…mi senti? Mi senti?
Quando le scosse si chetano mi ritrovo coricato come un vitello: le quattro zampe unite da una ipotetica fune.
Mia madre mi accarezza la fronte con una pezzuolina umida.
Io penso alle bestemmie che sanno uscire da quella bocca, lei ripete che ormai è passata e che non serve a niente aver paura.
Io dico nella testa, senza la voce, che Gesù m’ha salvato un’altra volta.
Gesù Benedetto Santo e Buono.
Poi entra papà e, ai piedi del letto, sgrana un paio di bestemmie contro la malattia che mi rende diverso.
Perdona ciò che dice e pensa, m’immagino.
Perdona lui.
E me.